Tradizioni e leggende
Storia, significato e tradizione della Natività

Dietro ogni presepe, dietro ogni albero e ogni slitta disegnata col pennarello, c'è una storia vecchia di duemila anni. È la storia di un viaggio, di una mangiatoia e di una notte in cui, secondo la tradizione cristiana, il cielo si è sporto sul mondo.
La conoscono tutti, a grandi linee. Ma i dettagli veri, quelli che si raccontano ai bambini la sera della Vigilia mentre si sistema il Bambino nella grotta, quasi nessuno li conosce: perché ci sono una grotta e non una stalla? Perché proprio il 25 dicembre? E il bue e l'asino ci sono davvero, nel racconto?
Ecco la storia della Natività raccontata per bene: i due vangeli dell'infanzia, le tradizioni nate dopo, e il significato che questa storia ha ancora oggi per una famiglia che si vuole bene.
I due racconti: cosa dicono davvero i Vangeli
La Natività è raccontata da due soli vangeli, Luca e Matteo, e i due racconti sono diversi. Chi li ha sempre sentiti mescolati nel presepe resta sorpreso a leggerli uno accanto all'altro.
Luca è il vangelo del viaggio e dei pastori. Roma ordina un censimento, e Giuseppe torna con Maria a Betlemme, città dei suoi antenati. Maria dà alla luce il suo bambino, lo avvolge in fasce e lo depone in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'alloggio. Quella notte, nelle campagne vicine, degli angeli annunciano la nascita ai pastori, i primi al mondo a venire a vedere.
Matteo è il vangelo della stella e dei Magi. Un astro mai visto prima guida dei sapienti dall'Oriente fino alla casa dove sta il bambino, con oro, incenso e mirra. Poi arrivano l'avvertimento in sogno e la fuga in Egitto per salvare il piccolo da Erode.
Notte di campagna, pastori e mangiatoia da una parte; stella e Magi dall'altra. Il presepe, che mette tutto insieme in un'unica scena, non è un errore: è la tradizione che ha fuso i due racconti in un solo quadro, per amore della scena completa.
C'è un dettaglio che quasi nessuno nota, ed è bellissimo: "Betlemme" in ebraico significa casa del pane. Il bambino deposto in una mangiatoia, il contenitore da cui mangiano gli animali, nasce nel posto il cui nome è il pane. Nessuno scrittore avrebbe osato inventarlo.
La grotta, il 25 dicembre e una data che fa discutere
Il fatto più sorprendente, per chi scopre la storia della Natività da adulto, è questo: nei Vangeli non è scritto né il giorno né il mese. La data del 25 dicembre arriva dopo, da un'altra storia.
Nemmeno la grotta è nei vangeli canonici: Luca parla di una mangiatoia, Matteo di una casa. La grotta arriva dal Protoevangelo di Giacomo, un racconto della metà del secondo secolo che unisce Matteo e Luca in un'unica narrazione e descrive la nascita in una grotta di Betlemme. Fu quella versione a vincere: la grotta viene venerata sul posto fin dai primi secoli, e sopra viene costruita la Basilica della Natività, voluta dall'imperatore Costantino e ricostruita nel sesto secolo da Giustiniano. Si erge ancora oggi, ed è patrimonio UNESCO.
E il 25 dicembre? La prima attestazione scritta è a Roma, nel 336, in un calendario liturgico chiamato Depositio Martyrum. Prima di quella data, le comunità cristiane celebravano la nascita in giorni diversi.
Perché proprio il 25? La spiegazione più famosa è legata al sole: nel 274 l'imperatore Aureliano aveva fissato in quel giorno la festa del Sole Invitto, il dies natalis del sole che vince l'inverno. I cristiani, scegliendo la stessa data, avrebbero risposto con un'altra luce: il sole che risorge è Cristo, la luce del mondo, nato proprio mentre le notti cominciano ad accorciarsi. Gli studiosi discutono ancora su quale festa sia nata prima. Ma il significato è quello, ed è perfetto per il Natale: la notte più lunga è già vinta.
Il bue e l'asino: la verità, e perché la tradizione ha ragione
Ora la verità che i bambini accettano meglio di molti adulti: il bue e l'asino non compaiono in nessun vangelo. Lo ha ricordato anche Benedetto XVI, nel suo libro sull'infanzia di Gesù.
Arrivano da lontano: da una profezia di Isaia, che immagina il bue e l'asino come le creature capaci di riconoscere il loro padrone, e da un vangelo antico non canonico, quello dello pseudo Matteo, dove si parla del bambino "in mezzo a due animali".
Eppure nessuna famiglia dovrebbe toglierli dal presepe. Perché la tradizione, qui, dice con le figure quello che la teologia dice con le parole: le creature più semplici e più umili riconoscono per prime il Bambino, mentre gli uomini potenti di Gerusalemme non se ne accorgono. Il bue col fiato caldo e l'asino paziente sono lì a ricordare a chi guarda che quella mangiatoia è un posto per chi non è nessuno. La verità storica è una cosa, la verità del presepe è un'altra: e su questo il presepe ha ragione lui.
La storia più bella dell'anno, però, non si vive solo guardando la scena. Si vive a tavola: la Vigiglia col nonno che racconta, il pranzo del 25 coi bambini che non stanno fermi. Per quel giorno il nostro Set Pranzo di Natale trasforma ogni posto a tavola in una piccola scenografia: giochi da tavola, crucipuzzle, disegni da colorare e segnaposto da stampare, anche in bianco e nero.
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Il significato della Natività, per la famiglia di oggi
Alla fine, superato ogni dettaglio storico, il significato della Natività sta tutto in una frase che i bambini capiscono al volo: non c'era posto, eppure è nato lo stesso.
Il centro della storia non è lo scenario, che pure è di una tenerezza unica. Il centro è che la nascita più importante della tradizione occidentale avviene in viaggio, in una notte qualsiasi, in un posto di passaggio dove nessuno ha fatto spazio. E che i primi ad arrivare sono i pastori, i lavoratori della notte, quelli che contavano zero.
Ecco perché questa storia, dopo duemila anni, è ancora il cuore del Natale: parla a ogni famiglia che ha conosciuto un momento difficile, una casa piccola, un anno storto. Dice che la luce non chiede il palazzo: chiede una mangiatoia, e qualcuno che la faccia entrare.
Raccontarla ai bambini, poi, è più facile di quanto si pensi:
Si legge il racconto di Luca la sera della Vigiglia, a luci basse, prima di sistemare il Bambino: due minuti, e la casa cambia umore.
Si fa mettere a posto la mangiatoia da loro: il Bambino toccato con le mani di un bambino di sei anni non si scorda più.
Si lascia finire un pastore la frase: se il bambino chiede perché il bue è così vicino, la risposta è quella di Isaia, e va benissimo detta con parole semplici.
Si fa posto davvero: la regola è una sola, si chiama ospitalità, e vale per il vicino solo come per il cugino arrivato all'ultimo.
La tradizione della Natività non è un quadro da guardare: è un invito a fare posto. Prima nella grotta, poi alla tavola, poi nella settimana piena di impegni. Chi lo spiega ai figli spiegando il presepe gli sta insegnando, senza dirlo, la cosa più importante del Natale.
E quando i bambini chiedono di costruire la scena completa, la guida giusta è quella del presepe napoletano: la storia, lì, diventa un mondo da sistemare pezzo per pezzo. Per i Magi, invece, e per il loro viaggio dietro la stella, c'è la storia di chi erano i Re Magi.
La Natività, alla fine, è questo: una notte qualunque, una famiglia in viaggio, e un posto che si è liberato all'ultimo. Da duemila anni, ogni dicembre, qualcuno accende una luce e racconta di nuovo quella notte. Il resto, l'albero, i regali, la tavola imbandita, è la cornice: la scena al centro è sempre lei.
E tu, quest'anno, il posto l'hai già fatto?
